I semi in mano a cinque multinazionali                                            23/08/2015

 

Il 95% dei semi è in mano a cinque multinazionali presenti anche sul mercato dell'agrochimica. Il rapporto del gruppo europeo Greens European Free Alliance fornisce il quadro della situazione e lancia un appello alla UE: "Le regole vanno cambiate".

I semi in mano a cinque multinazionali

La Commissione Europea continua a sostenere che la concentrazione del mercato sementiero non rappresenta un problema ma i dati dicono tutt’altro. Secondo il rapporto del gruppo Greens European Free Alliance del Parlamento europeo (il testo integrale nel Pdf allegato), cinque multinazionali (anche presenti nell’agrochimica) controllano più del 95% del mercato dei semi con un impatto negativo sugli agricoltori, l’agro-biodiversità e la sicurezza alimentare. Il prezzo delle sementi è aumentato di circa il 30% in Europa dal 2000 al 2008. Il gruppo lancia un appello accorato all’Unione Europea, affinchè la politica sementiera vada finalmente nella direzione della differenziazione e della conservazione della biodiversità. La stessa Fao ha ammesso che le varietà di cereali coltivate si stanno uniformando con una perdita del 75% della biodiversità nel ventesimo secolo; secondo le stime se ne perderà un terzo delle attuali di qui al 2050.

di Alexis Myriel

                                                           25/08/2015


Il Sud Italia a rischio desertificazione. Il 70% delle aree verdi è in pericolo

Stando alle ricerche condotte da Mauro Centritto, direttore dell’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree, le aree verdi italiane e ancor di più quelle meridionali, rischiano di scomparire. La mancanza di una tutela adeguata rischia di portare alla desertificazione delle aree verdi a causa dall’eccessivo sfruttamento del suolo e al degrado che ne deriva.

Il 21% del suolo italiano versa in una condizione di estremo pericolo, percentuale destinata a salire drasticamente nelle regioni del Sud Italia. Stando alle indagini condotte dal ricercatore molisano, nella parte meridionale dell’Italia le zone in pericolo sono addirittura il 70%: in Puglia il 57%, nel Molise il 58, in Basilicata il 55, mentre in Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania sono comprese tra il 30 e il 50%.

Gli studi sono stati effettuati sulla base delle immagini scattate dai satelliti che mostrano come la superficie terrestre sia sempre più coperta da vaste strisce marroni, che indicano le aree desertiche in contrapposizione a quelle verdi, che sono quelle coperte dalle foreste e dall’agricoltura. La vegetazione sta pian piano scomparendo, compromettendo in modo serio l’equilibrio dell’ecosistema.

«Questi processi di degrado del suolo -spiega Centritto in una dichiarazione all’Ansa riportata su Corrieredelmezzoggiorno.it- sono problemi tutt’altro che lontani e hanno dei riflessi molto forti anche sulla sicurezza alimentare, con forti pressioni sull’ambiente. L’aumento di pressione fa sì che i terreni progressivamente cessino la loro attività e quindi c’è la necessità di convertire foreste in campi coltivati e si entra così in un circolo vizioso che porta al degrado. Tutto ciò si pone poi in un contesto delicato di cambiamenti climatici».

Vesuvio live

http://www.vesuviolive.it/ultime-notizie/107146-il-sud-italia-a-rischio-desertificazione-il-70-delle-aree-verdi-e-in-pericolo/



Desertificazione: 30 centimetri che cambiano tutto

Anna Luise ha gli occhi azzurri dietro gli occhiali con un tocco di azzurro e lo sguardo franco. È napoletana e, nonostante viva a Roma, quando si accalora il suo accento rotondo viene fuori.
È un’esperta di desertificazione e lavora per I’ISPRA. Ce l’ho di fronte,  la sto intervistando e, facendolo, scopro molte cose che non sapevo.

Di che cosa si occupa esattamente?
Mi occupo di lotta alla desertificazione. Che non riguarda, come molti credono, i deserti, ma i territori fertili che perdono la loro produttività biologica e diventano inadeguati a sostenere la vita e a far crescere prodotti agricoli.

Quali sono le conseguenze?
La desertificazione fa perdere ad amplissime porzioni di territorio il loro valore economico, estetico, socioculturale e religioso.

Un territorio può avere un valore religioso?
Il caso tipico è quello dell’Ayers Rock in Australia. Ma anche nelle religioni animiste africane molti territori vengono considerati aree sacre e la loro distruzione ha ricadute drammatiche sulle comunità perché ne scardina i valori. Da noi, molti territori hanno grande rilievo non religioso ma socioculturale: se vengono distrutti, l’impatto può risultare ugualmente grave.

A che cosa serve studiare la desertificazione?
Dobbiamo capire come conservare l’equilibrio degli ecosistemi. Se questo viene pregiudicato, la qualità della vita di tutti noi peggiora. La desertificazione è provocata da due categorie di fenomeni: gestione non sostenibile del suolo e cambiamenti climatici. Lottare contro la desertificazione vuol dire promuovere pratiche agricole sostenibili, che impediscano per esempio al suolo di compattarsi o di avere tassi di salinità troppo alti e aiutino a tenere sotto controllo l’erosione eolica e idrica: la forza del vento e dell’acqua che dilava lo strato superiore fertle del terreno.

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Cioè, è tutto un problema di suolo troppo duro?
O troppo duro, o troppo fragile e non coeso. Il suolo reso fertile dai microorganismi è profondo in media trenta centimetri. Se diventa duro come il cemento o se, al contrario, si sgretola e diventa polvere, quando piove, ammesso che piova, non riesce a bagnarsi a sufficienza perché l’acqua, non trattenuta, se ne scivola via. Così il suolo smette di essere produttivo.

Quindi la sopravvivenza alimentare del genere umano è legata a una buccia di terra della giusta consistenza e profonda trenta centimetri?
La profondità può variare, ma la media è questa. È abbastanza impressionante. Il suolo è stato definito “la pelle della nostra terra”: è il luogo dove si verificano gli scambi biochimici che permettono alle colture di crescere.

Quando si è cominciato a parlare di desertificazione, e quando a cercare di contrastarla?
La desertificazione è un fenomeno lento e non sappiamo bene quando è cominciata. Se ne è parlato per la prima volta nel corso della conferenza di Stoccolma del 1972, che ha lanciato l’idea di sviluppo sostenibile, cioè di equilibrio tra società, economia e ambiente. La prima decisione politicamente importante è stata presa nel 1992 a Rio de Janeiro, con una Convenzione delle Nazioni Unite (UNCCD) entrata in vigore nel 1996, fortemente volute dai paesi africani soprattutto dell’area maghrebina e subsahariana per cui la desertificazione è una diretta minaccia alla sopravvivenza. L’Italia ha aderito nel 1997. Oggi aderiscono 198 paesi.

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Quanto pesa globalmente il rischio di desertificazione?
Diciamo che nel mondo il suolo fertile è il 75% delle terre emerse. Di questo 75%, almeno il 40% è variamente degradato, anche perché inquinato o contaminato, e si trova in gran parte nelle zone aride o semiaride: non stiamo, lo ripeto, parlando di deserti, ma di zone in cui l’acqua c’è ma è scarsa.
La desertificazione è definita come il livello estremo del degrado del suolo, ed è, insieme al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità, uno dei tre grandi fattori di rischio di rottura dell’equilibrio ecosistemico. E quando si rompe un equilibrio così complesso, mica lo sappiamo quali possono essere le conseguenze: le variabili sono talmente tante che, come si dice in fisica, il sistema diventa caotico e del tutto incontrollabile.

Qui in Italia abbiamo rischi seri di desertificazione, o possiamo preoccuparci solo del cambiamento climatico?
Il cambiamento climatico va a esacerbare la desertificazione perché fa crescere le temperature e altera il regime delle acque: teniamo a mente che il Mediterraneo è considerate un “hot spot”, cioè un punto di particolare intensità dei cambiamenti climatici.
Circa il 20% del nostro territorio nazionale è già stato riconosciuto come interessato da fenomeni di desertificazione tra il 1961 e il 2000, e un altro 20% è a rischio di desertificazione nel giro dei prossimi venti o trent’anni. Nelle nostre regioni meridionali, ma anche in aree dell’Emilia Romagna, delle Marche o del Molise, i segni di desertificazione sono già visivamente evidenti. E non dimentichiamo che nel suolo “sano” è conservato il carbonio organico.

…cioè?
Il suolo contiene il doppio del carbonio che troviamo nell’atmosfera, il triplo di quello che troviamo nei vegetali. Il carbonio viene assorbito dall’atmosfera, il cosiddetto SOC (Soil Organic Carbon) potrebbe mitigare i cambiamenti climatici dovuti all’eccesso di emissioni di anidride carbonica sequestrandola. Ma questo avviene, appunto, se il suolo è “sano”, e non eccessivamente sfruttato dall’agricoltura intensiva.

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Come se ne esce?
Se ne esce facendo ricerca, sperimentazione ed educazione ambientale. Attivando politiche locali, regionali e nazionali: vuol dire, per esempio, razionalizzare l’uso delle risorse idriche, oppure riforestare. Oggi stiamo andando nella direzione dell’agroecologia: un’agricoltura che esercita meno pressione sul suolo impiegando meno fertilizzanti e passando, per esempio, da cinque a due raccolti di grano all’anno. Tra l’altro, qui in Italia avremmo mille buoni motivi per passare da un’agricoltura di quantità a un’agricoltura di qualità.

Che cosa può fare un singolo cittadino che si proccupa per la desertificazione?
Non dimentichiamo che i singoli individui indirizzano il mercato, per esempio comprando prodotti di stagione e prodotti locali: non pretendere di mangiare i peperoni a Natale è già qualcosa, perché evita che che porzioni di territorio vengano coperte da serre, in cui si usano troppi fertilizzanti e il terreno viene supersfruttato e danneggiato. E poi non bisogna stancarsi di fare opera di divulgazione e sensibilizzazione: è quello che stiamo facendo proprio adesso.


L’allarme della Coldiretti – agricoltura e pastorizia italiane distrutte: 172.000 stalle e fattorie chiuse, ogni giorno chiudono 60 aziende agricole. E noi continuiamo ad importare da paesi schiavisti!

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Dall’inizio della crisi nel 2007 sono state chiuse in Italia oltre 172mila stalle e fattorie a un ritmo di oltre 60 al giorno, con effetti drammatici sull’economia, sulla sicurezza alimentare e sul presidio ambientale. E’ quanto emerge dal dossier presentato dalla Coldiretti al valico del Brennero dove sono giunti migliaia di agricoltori per fermare i traffici di una Europa che chiude le frontiere ai profughi e le spalanca alle schifezze mentre a Bruxelles si sono mobilitati i giovani della Coldiretti per chiedere un cambiamento delle politiche europee.

Su twitter la mobilitazione puo’ essere seguita con l’hastag #bastaschifezze. Occorre fermare chi fa affari sulle spalle degli agricoltori e dei consumatori con le speculazioni sui prodotti favorite – sottolinea la Coldiretti – dalla mancanza di trasparenza sulla reale origine e sulle caratteristiche degli alimenti, che stanno provocando l’abbandono delle campagne, sulla base dei dati Unioncamere relativi ai primi sei mesi del 2015 rispetto all’inizio della crisi nel 2007.

Sono oggi meno di 750mila le aziende agricole sopravvissute in Italia ma se l’abbandono continuera’ a questo ritmo in 33 anni non ci sara’ piu’ agricoltura lungo la Penisola, con conseguenze devastanti sull’economia e sull’occupazione e sull’immagine del Made in Italy nel mondo ma anche sulla sicurezza alimentare ed ambientale dei cittadini. Bisogna cambiare verso anche in agricoltura dove la chiusura di un’azienda significa maggiori rischi sulla qualita’ degli alimenti che si portano a tavola e minor presidio del territorio, lasciato all’incuria e alla cementificazione.

Sono questi – ricorda Coldiretti – i drammatici effetti di quelli che sono i due furti ai quali e’ sottoposta giornalmente l’agricoltura: da una parte il furto di identita’ e di immagine che vede sfacciatamente immesso in commercio cibo proveniente da chissa’ quale parte del mondo come italiano; dall’altra il furto di valore aggiunto che vede sottopagati i prodotti agricoli senza alcun beneficio per i consumatori per colpa di una filiera inefficiente.

“Rischiamo di perdere un patrimonio del nostro Paese sul quale costruire una ripresa economica sostenibile e duratura che faccia bene all’economia all’ambiente e alla salute” afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel denunciare che “l’invasione di materie prime estere spinge prima alla svendita agli stranieri dei nostri marchi piu’ prestigiosi e poi alla delocalizzazione delle attivita’ produttive”. Oggi anche a causa della concorrenza sleale che fa chiudere le aziende agricole l’Italia e’ gia’ costretta ad importare il 40 per cento del latte e carne, il 50 per cento del grano tenero destinato al pane, il 40 per cento del grano duro destinato alla pasta, il 20 del mais e l’80 della soia. Il tutto, da Paesi extra Ue rispetto i quali, invece di imporre dazi per impedire concorrenze sleali basate sullo sfruttamento dei lavoratori al limite della schiavitù, al contrario la Ue e l’Italia hanno spalancato le porte facilitando addirittura l’importazione.

Ma l’invasione riguarda anche prodotti dove l’Italia e’ praticamente autosufficiente dall’olio di oliva con l’Italia che si classifica come il principale importatore mondiale dal Nord Africa per realizzare miscele di bassa qualita’ da “spacciare” come Made in Italy fino all’ortofrutta, dove il frutteto italiano che si e’ ridotto di un terzo (-33 per cento) negli ultimi quindici anni con la scomparsa di oltre 140mila ettari di piante di mele, pere, pesche, arance, albicocche e altri frutti, oggi coltivati da contadini-schiavi pagati una miseria, soprattutto in Marocco e Tunisa.

Questo, senza dimenticare il settore delle carni, a partire da quelle bovine, spesso preda di traffici illeciti con l’importazione di animali privi dei necessari documenti e marchi auricolari, soprattutto dall’Est Europeo e segnatamente da Paesi balcanici come Albania, Serbia, Macedonia, Bulgaria, tutte nazioni dove il costo del lavoro, in assenza di qualsiasi tutela sanitaria, infortunistica, e pensionistica, è infinitamente più basso che in Italia. A rischio per l’Italia e’ – conclude la Coldiretti – il primato europeo nella produzione di una delle componenti base della dieta mediterranea per il crollo dei compensi pagati agli agricoltori che non riescono piu’ a coprire neanche i costi di produzione mentre al dettaglio i prezzi aumentano.

Questo, è il quadro desolante del settore agricolo italiano, abbandonato dal governo Renzi e devastato dalle folli politiche dell’Unione europea, che non difendono in alcun modo i lavoratori della Ue, in nome del liberismo sfrenato alla base della globalizzazione che sta “globalizzando” la povertà e la miseria.

 

fonte: http://sapereeundovere.com/coldiretti-agricoltura-pastorizia-italiane-distrutte-172-000-stalle-fattorie-chiuse-import-da-paesi-schiavisti/


8 DICEMBRE 2015 – TUTTI A FIRENZE PER SOSTENERE L’ AGRICOLTURA CONTADINA E LA SOVRANITA’ ALIMENTARE


La sovranità’ alimentare attraverso l’ agricoltura contadina e’ la vera soluzione alla crisi climatica globale.

L’ agricoltura contadina alimenta il mondo e raffredda la terra.

I nostri governi, ormai completamente assoggettati alle multinazionali, privatizzano la ricchezza dei territori e socializzano devastazioni e povertà’. Uniamoci per proporre e attuare nuove forme di convivenza sociale intorno alla terra basate sul mutuo soccorso e sulla gestione dal basso delle risorse. Le esperienze di autogestione e di riappropriazione della terra nate intorno a Firenze, i comitati che attuano forme di cura spontanea del territorio e decine di contadini invitano tutta la popolazione ad una giornata di confronto,di contaminazione, di informazione e di organizzazione a sostegno del loro impegno per la sovranità’ alimentare nel quadro delle mobilitazioni mondiali promosse dalla Via Campesina in occasione del cop 21 di Parigi.
L’agricoltura contadina ha oggi un’ importanza fondamentale nel contribuire in modo sostanziale alla soluzione di alcuni grandi problemi che affliggono il nostro mondo . Anche nei nostri territori sono chiaramente visibili
cambiamenti del clima e si riscontrano già i primi disagi sia nelle campagne sia nelle città. Ormai è certo come questi problemi, il cambio climatico, l’inquinamento e le terre aride non più produttive, siano originati da attività umane e non siano frutto di “fatalità”. Pochi soggetti transnazionali traggono enormi profitti a danno della maggior parte della popolazione mondiale mentre i governi, ormai non più “sovrani” sui propri territori, continuano a non fare l’interesse della collettività che rappresentano e prendono provvedimenti contrari al bene comune come la vendita di terre pubbliche. Nonostante il grande contributo che sta dando, l’agricoltura contadina, per la soluzione dei problemi sociali e climatici continua ad essere ignorata se non addirittura messa “fuorilegge”, come proprio in questi giorni accade all’esperienza di Mondeggi che sta subendo un duro attacco da parte delle istituzioni che si trincerano dietro una pretestuosa retorica legalitaria.

ORE 10.00 Piazza Della Santissima Annunziata (FI) durante il Mercato della Fierucola
Interventi degli agricoltori, presentazione di libri, laboratori pratici per grandi e piccoli

ORE 13.30 Pranzo Condiviso (portati forchetta, piatto, bicchiere e cibo da condividere)

ORE 15:30 ritrovo in piazza San Marco CORTEO DELLE CARRIOLE

Abbiamo pensato alla carriola come uno degli attrezzi che accomuna chi lavora la terra. Portatevene una e riempitela con i temi o i prodotti che vi riguardano. Vogliamo fare una marcia pacifica nel centro di Firenze passando sotto i palazzi istituzionali per ricordare ancora una volta la realtà di pubblico interesse che rappresentiamo.
Non ci divideremo ancora una volta fra buoni e cattivi, non crediamo che i nostri nemici sono gli altri piccoli produttori e chi li sostiene. Si fanno leggi per cancellarci e si preparano accordi transatlantici (TTIP) per eliminare ogni possibile resistenza anche legale davanti ai profitti delle multinazionali.

Non stiamo a guardare!


Approvata definitivamente legge a tutela della biodiversità
(19/11/2015)

Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali rende noto che oggi è stato approvato in via definitiva dalla Camera dei Deputati il provvedimento sulla tutela della biodiversità. 

"L'approvazione all'unanimità della legge - ha dichiarato il Ministro Martina - conferma l'importanza cruciale dell'agricoltura per un Paese come il nostro, che vanta un patrimonio unico per biodiversità che dobbiamo salvaguardare e promuovere in tutta la sua specificità. La norma sottolinea il ruolo primario e insostituibile dei nostri agricoltori nel presidiare e conservare il territorio. Una funzione che trova nella bellezza dei nostri paesaggi, plasmati negli anni dall'attività agricola, una testimonianza concreta e immediata con ricadute positive anche sul turismo. Quello di oggi è un altro traguardo importante raggiunto nell'anno di Expo". 

"Con questa legge dotiamo il settore di strumenti efficaci e concreti - ha commentato il Vice Ministro Andrea Olivero - non solo per la tutela della biodiversità, ma per la valorizzazione della ricchezza agricola dell'Italia, riconoscendo all'agricoltore il ruolo di 'Custode' di questo inestimabile patrimonio".

COSA PREVEDE LA LEGGE SULLA BIODIVERSITA'

- Istituzione di un Sistema nazionale della biodiversità agraria e alimentare che prevede 4 strumenti operativi: 1. Anagrafe della biodiversità, dove saranno indicate le risorse genetiche a rischio di estinzione;2. Comitato permanente, che garantirà il coordinamento delle azioni tra i diversi livelli di governo; 3. Rete nazionale, che si occuperà di preservare le risorse genetiche locali; 4. Portale nazionale, composto da un sistema di banche dati contenenti le risorse genetiche presenti su tutto il territorio italiano. 

- Avvio di un Piano nazionale sulla biodiversità di interesse agricolo;


- Istituzione di un Fondo di tutela per sostenere le azioni degli agricoltori e degli allevatori; 

- All'interno del piano triennale di attività del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria - CREA interventi per la ricerca sulla biodiversità agraria e alimentare, sulle tecniche necessarie per favorirla, tutelarla e svilupparla.

Ufficio Stampa Mipaaf                                           fonte:https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/9458


Il Comune di Livorno vieta l’uso del diserbante glifosate in agricoltura

Su proposta del Gruppo Misto – Livorno Bene Comune – Marco Valiani e del Movimento 5 Stelle – Giuseppe Grillotti il Comune di Livorno ha approvato la mozione con oggetto “Salvaguardia del territorio comunale dall’uso dei diserbanti chimici, delle sostanze tossiche anche di origine naturale e delle sostanze saline negli interventi di controllo delle infestanti al di fuori delle pratiche agricole” che stabilisce il divieto di usare il diserbante glifosate in agricoltura e per altri usi.

 testo della mozione


TTIP e agricoltura: più importazioni, abbassamento prezzi agricoli

Con il taglio delle sole tariffe, aumento delle esportazioni agroalimentari statunitensi, soprattutto carne e lattierocaseari, mentre l’Europa aumenterà l’esportazione di formaggi e di ortofrutta. Se a questo aggiungiamo la cancellazione di alcune barriere non tariffarie ulteriori guadagni per gli Stati Uniti nell’esportazione di prodotti, tra cui pollame e suini. E ulteriore aumento delle importazioni in Europa, a prezzi più bassi e una maggiore competizione sui mercati interni del vecchio continente.
Con buona pace delle piccole e medie imprese agricole europee.
Così parlò il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti nell’ultimo report appena pubblicato su TTIP e mercato agricolo.


Olio: petizione per indicare da dove vengono le olive

Dopo l'indagine avviata dalla procura di Torino nei confronti di sette aziende italiane produttrici di olio d'oliva, accusate di frode, su Change.org la petizione per chiedere l'obbligo di indicare la provenienza delle olive nelle bottiglie dell'olio extravergine ha superato le 50mila firme. 

Dopo l'indagine avviata dalla procura di Torino nei confronti di sette aziende italiane produttrici di olio d'oliva, accusate di frode, su Change.org la petizione per chiedere l'obbligo di indicare la provenienza delle olive nelle bottiglie dell'olio extravergine ha superato le 50mila firme. 

Carapelli, Santa Sabina, Bertolli, Coricelli, Sasso, Primadonna (confezionato per la Lidl) e Antica Badia (per Eurospin) sono le aziende indagate per frode in commercio dopo un'indagine del procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello. Si tratta di oli prodotti in Toscana, Abruzzo e Liguria. L'indagine è partita dopo la denuncia di una rivista che aveva fatto analizzare 20 bottiglie di olio extravergine di oliva: per nove di queste il contenuto non era corrispondente all'etichetta. Le analisi del laboratorio delle Agenzie delle dogane e dei monopoli hanno poi confermato come l'olio venduto come extravergine fosse in realtà olio di qualità inferiore."Nonostante la dicitura che compare sulla bottiglia dell'olio "Made in Italy", di "Italy" c'è solo il 16% delle olive utilizzate, mentre il restante 84% è di provenienza estera (Spagna, Grecia, Turchia, Marocco)", si legge nella petizione su Change.org rivolta al ministro delle politiche agricole Maurizio Martina."Il danno creato da tale inganno è enorme, non solo per i cittadini che, come è noto, si trovano in condizioni di forte difficoltà, ma anche per l'intero Paese e per l'immagine dei prodotti Made in Italy", denuncia in un comunicato stampa la Federconsumatori, che parla di "vera e propria truffa a danno dei cittadini e del Made in Italy"."Vorrei dire basta al falso made in Italy, vorrei che si ricominciasse a rivalutare e a dare prestigio alla vera Qualità Italiana", scrive il promotore della petizione.


di Beatrice Salvemini                                                            fonte: http://www.terranuova.it/Alimentazione-naturale/Olio-petizione-per-indicare-da-dove-vengono-le-olive